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Coinvolgere le istituzioni sanitarie sul genocidio a Gaza

Alcune lezioni apprese dopo 12 mesi di attivismo

È molto chiaro ciò che si chiede ai Parlamenti ed ai Governi di fare verso Israele, per contrastare il genocidio palestinese a Gaza: sanzioni economiche, sospensione degli accordi di cooperazione militare, interruzione delle forniture di armi e tecnologie militari, pressioni diplomatiche forti. Tutte cose che i governi europei (con Italia e Germania in testa) hanno scientemente e colpevolmente omesso di perseguire in questi anni.

È  forse meno scontata la richiesta che, come rete #DigiunoGaza, abbiamo sempre rivolto alle nostre istituzioni sanitarie, fin da quando siamo nati 12 mesi fa. Protestavamo in prima persona contro il genocidio in quanto operatrici e operatori della sanità, per i nostri doveri deontologici nella difesa del diritto alla cura e alla salute. Da subito ci siamo rivolti anche alle nostre aziende sanitarie, ospedaliere e territoriali, e ai nostri Ordini professionali, ritenendo che nelle loro (limitate) sfere di competenza dovevano e potevano prendere posizione, decidere come agire per Gaza.

  • Decidere se accogliere nei propri spazi un dibattito, la proiezione di un docufilm, un flash mob, una iniziativa di solidarietà;
  • decidere se patrocinare un corso di formazione od un convegno;
  • decidere se promuovere una raccolta fondi, se aderire ad una petizione, se diffondere un appello;
  • decidere se avviare gruppi di lavoro od approfondimenti sugli acquisti etici;
  • decidere come accogliere i temi della salute globale, e del contrasto a guerre e genocidi, nella propria pianificazione.

Anche l’istituzione sanitaria in quanto tale, infatti, condivide la missione di promuovere e tutelare il diritto alla salute, e non vive in una torre d’avorio, ma nella società e nelle sue crisi. Volente o nolente, ogni istituzione sanitaria trova le proprie posizioni in un contesto che è segnato da grandi contraddizioni, da guerre, povertà, violenze, sopraffazione, razzismo, discriminazione, squilibri globali, tensioni di ogni genere, cambiamenti radicali. Ed anche, purtroppo, dal genocidio della popolazione palestinese.

L’istituzione sanitaria ha una propria autonomia dal decisore politico, ed ha il dovere di rispettare i valori della Costituzione e del diritto, e di ispirarsi ai principi di universalità, uguaglianza, imparzialità. L’Istituzione sanitaria non può essere “parziale”, ovvero non può essere schierata in modo acritico con una “parte” e per interessi “particolari”, ma ha il dovere di muoversi sulla base di regole, principi, norme, valutazioni difendibili, dati oggettivi.

Chiediamo quindi all’istituzione sanitaria di non prendere mai acriticamente “una parte”, ma di prendere sempre posizione sui grandi temi etici e sociali. Esplicitare con serietà le motivazioni delle proprie scelte di fare o non fare, e non nascondersi dietro ad una presunta impossibile “neutralità” (è del resto evidente, solo al pronunciarla, che la parola neutralità è quasi offensiva se detta a proposito di un genocidio in corso).

Che cosa abbiamo osservato in questi mesi nelle nostre interazioni con le istituzioni sanitarie in merito al genocidio palestinese a Gaza quando abbiamo chiesto qualcosa? E che cosa abbiamo imparato?

Abbiamo visto, inizialmente, tanta paura e tanto imbarazzo. Paura di essere giudicati “di parte”, di essere attaccati sulla stampa, di essere attaccati da ipotetiche associazioni pro-genocidio, di essere strumentalizzati per le proprie decisioni, di essere “tirati per la giacca”, di essere “stroncati” dalla politica. Con tale paura alcune (poche) istituzioni hanno provato a scoraggiare i singoli attivisti, tuttavia la reazione principale è stata quella della “testa sotto la sabbia”. A fronte di specifica richiesta scritta: non rispondere, non rispondere, non rispondere. Fingersi morti e non dare alcuna spiegazione. Comportamento che in alcuni casi può essere vincente, perché anche gli attivisti hanno una vita e un lavoro, e non sempre possono sollecitare allo sfinimento.

Nel corso dei mesi abbiamo osservato però una evoluzione. In parte perché i dati sul genocidio in corso sono purtroppo diventati sempre più solidi e incontestabili. Ed in parte perché con gli esempi concreti delle nostre mobilitazioni, e con il metterci la faccia in prima persona, abbiamo chiarito meglio le nostre posizioni, ed i nostri obiettivi verso le istituzioni sanitarie, alle quali chiediamo solamente di fare quanto hanno in potere di fare (niente di più e niente di meno).

Abbiamo capito che:

  • dobbiamo muoverci con largo anticipo, perché le Istituzioni hanno i loro tempi.
  • dobbiamo sempre chiedere le cose per scritto, su molteplici canali, e contemporaneamente cercare una interlocuzione personale, perché le istituzioni sono fatte di persone.
  • dobbiamo pretendere sempre una risposta, a costo dello sfinimento, perché tutti dovranno rendere conto di una risposta, che sia un sì o un no
  • mentre sollecitiamo la singola Istituzione dobbiamo pubblicare su web e sui social le motivazioni delle richieste, perché la comunicazione deve essere coerente e consistente
  • le reti informali degli attivisti contano molto e devono essere attivate in modo coordinato
  • prima di partire con una richiesta è bene fare gioco di squadra con tutte le altre istituzioni anche extra sanità che possono sostenerci

Siamo una rete nazionale, con operatrici ed operatori della sanità che si sono uniti in molte Regioni, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, in un movimento comune di ribellione verso un crimine terribile. In questi 12 mesi abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere alle Istituzioni sanitarie di valutare attentamente le nostre proposte, e di prendere posizioni motivate. Abbiamo molti esempi di interlocuzione positiva, di ascolto e di dialogo. Riteniamo che ciascuna persona e ciascuna istituzione debbano sempre essere chiamate a rendere conto delle proprie decisioni.

Chiudiamo ricordando alcune di queste esperienze positive, come  l’adesione di Fnomceo alla nostra campagna #NoListeNoBersagli, la grande disponibilità dimostrata da tante aziende ospedaliere in occasione del flash mob “Luci sulla Palestina” davanti ad oltre 200 ospedali e, infine, quanto accaduto recentemente con la proiezione in Toscana del documentario “Gaza: doctors under attack”. Il film è stato proiettato in 38 ospedali e strutture sanitarie toscane, alle quali hanno partecipato in totale quasi 1.000 operatori, coinvolgendo tutte le 9 Aziende sanitarie/ospedaliere della regione. Quasi tutti gli Ordini professionali (ben 21) hanno partecipato alle proiezioni o inviato messaggi.

Convincere tutte queste istituzioni sanitarie a partecipare non è stato facile, ha richiesto un lungo e complesso lavoro e ciascuno ha partecipato nel suo modo e con la propria posizione (chi fosse curioso può trovare a questa pagina un report con immagini e dati), ma il risultato è stato forte e importante: la voce, l’esistenza e la resistenza dei gazawi ha risuonato, ancora una volta, nelle nostre istituzioni.

Una parte importante del nostro esistere, come rete #DigiunoGaza, sta proprio qui.