L’iniziativa nata in Toscana diventa nazionale e lancia tre richieste concrete alle istituzioni
Quello che è iniziato come un gesto spontaneo di alcuni sanitari toscani a fine luglio si è trasformato in poche settimane nella più grande mobilitazione del personale sanitario italiano dal 7 Ottobre 2023. La Giornata nazionale di digiuno contro il genocidio a Gaza del 28 agosto ha visto la partecipazione di oltre 30.000 operatori sanitari davanti a più di 500 strutture ospedaliere e territoriali in tutta Italia.
“Ma è possibile che non si possa fare niente? Almeno facciamo un atto simbolico, mettiamoci la faccia”, racconta Daniela Giannelli, addetta stampa dell’ASL Toscana Nord Ovest che insieme al collega Francesco Niccolai, responsabile della formazione, ha lanciato l’iniziativa il 29 luglio scorso. In soli due giorni hanno raccolto oltre 500 adesioni, catalizzando un movimento che si è rapidamente esteso a livello nazionale.
L’iniziativa ha rappresentato un momento di convergenza inedito tra realtà diverse che da mesi lavorano per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione palestinese. I sanitari toscani sono riusciti a catalizzare l’energia di movimenti come la rete nazionale “Sanitari per Gaza” e la campagna BDS “TEVA? NO GRAZIE!”. Questa spontanea aggregazione dal basso ha dimostrato come la crisi di Gaza abbia toccato profondamente la coscienza del personale sanitario italiano.
I dati presentati durante le iniziative della giornata restituiscono la drammaticità della situazione umanitaria. Tra i sanitari del coordinamento c’è Jonathan Montomoli, anestesista e rianimatore dell’Ospedale di Rimini che ha dato vita a fine 2023, insieme ad altri operatori sanitari, a Rimini4Gaza, organizzando diverse iniziative tra le quali il posizionamento di sagome a grandezza naturale all’interno dell’ospedale di rimini in ricordo dei sanitari uccisi durante il conflitto e coordinando la mobilitazione in Emilia Romagna.
Il Dr. Montomoli ricorda che “secondo uno studio pubblicato su The Lancet a gennaio 2025, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata da 75,5 anni prima della guerra a 40,5 anni nel periodo ottobre 2023-settembre 2024. Un crollo di quasi 35 anni – quasi la metà rispetto ai livelli pre-bellici e superiore a quello documentato durante il genocidio del Rwanda nel 1994. Gli autori dello studio sottolineano che questa è una stima conservativa, poiché non include le morti indirette causate dal collasso del sistema sanitario”. Per gli uomini il crollo è ancora più drammatico, passando da 73,6 a 35,6 anni. Il sistema sanitario è stato completamente smantellato. Tra ottobre 2023 e maggio 2025 si sono registrati 720 attacchi contro obiettivi sanitari, tra cui 125 strutture, 34 ospedali e 186 ambulanze. Israele ha inoltre usato in modo sistematico e deliberato la fame come arma di guerra. Il 22 agosto 2025, l’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) ha dichiarato ufficialmente la carestia nel Governatorato di Gaza, inclusa Gaza City, definendola come “la prima carestia interamente causata dall’uomo”.
“All’interno di questo conflitto anche i nostri colleghi hanno sofferto in maniera particolare”, spiega Simona Grassi, medica internista dell’Ospedale Cardarelli di Napoli. “Sono stati attaccati praticamente tutti gli ospedali e il 70% del servizio sanitario è stato distrutto. L’OMS stima che siano morti 1.590 operatori sanitari, colpiti in maniera diretta molto spesso mentre erano al lavoro proprio per colpire la possibilità di curare le persone nella striscia di Gaza. Un attacco agli operatori sanitari funzionale al genocidio”.
Moreno Festuccia, medico ematologo del SSR del Piemonte e parte del coordinamento nazionale, ricorda come il 2024 sia stato l’anno più mortale mai registrato per gli operatori umanitari secondo l’ONU, con 385 morti a livello globale, di cui oltre 185 a Gaza. Nel 2025 il bilancio è già a 265 operatori umanitari uccisi, di cui 108 tra Gaza e Cisgiordania. A questi numeri si aggiunge la devastazione dell’infanzia: Gaza ha il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo secondo l’ONU, con almeno 17.000 bambini orfani o separati dai genitori e oltre 17.000 bambini uccisi.
“La Giornata nazionale di digiuno è un atto collettivo di solidarietà“, dichiara Simona Mattia, chirurga d’urgenza del Policlinico Tor Vergata di Roma e parte del coordinamento. “È un modo per trasformare la coscienza individuale in voce comune. Una voce che invoca con forza a chi può di fare tutto il possibile per fermare questo abominio. Io ho deciso di digiunare contro il genocidio in corso a Gaza perché credo che il silenzio, di fronte a ciò che accade, sia una forma di complicità”.
La mobilitazione non si è limitata alla denuncia, ma ha articolato tre richieste precise e attuabili:
- Al governo italiano: “Sospendere immediatamente accordi militari e fornitura di armi ad Israele e chiedere con urgenza il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per aiuti alimentari e sanitari alla popolazione di Gaza allo stremo delle forze”.
- Alle aziende e istituzioni sanitarie, agli Ordini professionali, alle società scientifiche, alle università e ai centri di ricerca: “Adottare formalmente una dichiarazione ove si riconosca il genocidio in corso e si affermi l’impegno dell’istituzione a contrastarlo con ogni mezzo a disposizione”. Su questo fronte il movimento può già contare su alcuni successi: hanno aderito gli Ordini dei medici di Firenze, Lecce e altri, mentre sono state avanzate richieste specifiche agli Ordini di Forlì-Cesena e Rimini.
- L’adesione alla campagna di boicottaggio No TEVA promossa da BDS contro l’azienda farmaceutica israeliana TEVA per la risoluzione di contratti in essere o il declinare accordi futuri. Il caso TEVA è particolarmente significativo: secondo un rapporto KPMG del dicembre 2024, l’azienda ha dimostrato attivo supporto alle Forze di Difesa Israeliane, aumentando la consegna di medicinali critici e donando forniture mediche ai soldati. In Emilia-Romagna, Intercent-ER ha stipulato con TEVA Italia una convenzione dal valore di oltre 12 milioni di euro in scadenza a fine 2025.
La reazione di alcune istituzioni ha già mostrato quanto le azioni concrete spaventino i vertici del sistema sanitario. La FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici) ha preso pubblicamente le distanze dalle attività di boicottaggio, dimostrando come la pressione stia iniziando a produrre effetti.
“Digiunare è un atto dal forte valore simbolico, ma non solo. In questo caso, il digiuno è anche un modo per mettersi concretamente nei panni delle persone a Gaza, ridotte alla fame come conseguenza della guerra”, affermano don Luigi Ciotti e Francesca Rispoli di Libera nel loro messaggio di adesione. “Rinunciamo al cibo per denunciare la fame reale di migliaia di uomini, donne e bambini, è la nostra fame di pace e giustizia per ciascuno di loro”.
Il sostegno ricevuto dalla base è stato impressionante: oltre 10mila persone hanno compilato il modulo di adesione ma si stima che siano state 30mila coloro che hanno partecipato alla Giornata nazionale di diguno . L’iniziativa ha ricevuto anche il supporto di alcuni Ordini Professionali e di oltre 150 associazioni, tra cui Libera, CGIL FP, USB, ARCI, Comitati per la Palestina, Casa Internazionale delle donne, CittadinanzAttiva, Medicina Democratica e molte altre ancora. Qui l’elenco degli enti che hanno aderito.
La mobilitazione #DigiunoGaza ha anche una legittimazione scientifica internazionale. La petizione “Stop the Silence: Academic Associations Must Recognise the Genocide in Gaza“, lanciata il 15 luglio dal professor Roberto De Vogli dell’Università di Padova insieme a Jonathan Montomoli, ha raccolto oltre 4.000 firme da accademici e oltre 8.000 da cittadini. Tra i firmatari figurano personalità di rilievo internazionale, come gli storici Ilan Pappé e Avi Shlaim, l’economista Nassim Taleb, l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, il chirurgo Ghassan Abu-Sittah e il sociologo Martin Shaw.
Il 18 luglio, a soli tre giorni dal lancio della campagna, tre prestigiose associazioni di sanità pubblica (EPHA, EUPHA e WFPHA), che assieme contano oltre 5 milioni di iscritti, hanno emesso un documento ufficiale che riconosce esplicitamente che “le azioni dello stato israeliano hanno superato ciò che la Corte Internazionale di Giustizia aveva ritenuto plausibile come genocidio, raggiungendo ora la definizione della Convenzione sul genocidio”.
“Come professionisti sanitari, abbiamo giurato di proteggere la vita. Non possiamo restare in silenzio mentre un’intera popolazione viene sistematicamente privata del diritto alla salute e alla vita stessa”, ribadiscono gli organizzatori.
Gli organizzatori hanno chiarito che questa giornata rappresenta solo l’inizio di un percorso più ampio. “Non ci fermeremo qui”, dichiarano i membri del coordinamento. “Continueremo a rilanciare le nostre richieste concrete e a tenerci in contatto per fare tutto ciò che serve per provare a fermare il genocidio a Gaza”.
“Ci arrivano tantissimi messaggi che ci chiedono di non fermarsi e di portare avanti altri iniziative”, conferma Giannelli, sottolineando come la mobilitazione stia continuando a crescere anche dopo la giornata del 28 agosto, come dimostrano le migliaia di post su Facebook e Instagram con hashtag #DigiunoGaza.
La giornata del 28 agosto ha dimostrato che il movimento sanitario italiano ha ora i numeri e la forza per continuare a portare avanti queste istanze e metterle in atto. La convergenza spontanea di realtà diverse in una mobilitazione di massa auto-organizzata rappresenta un precedente importante per l’attivismo sanitario italiano.
“Io come migliaia di altri colleghi in Italia abbiamo sentito tutti la necessità di fare qualcosa, di dire qualcosa, di partecipare“, conclude Grassi, sintetizzando il sentimento che ha mosso oltre 30.000 operatori sanitari in tutta Italia. Il silenzio, come hanno ripetuto gli organizzatori, non è imparzialità: il silenzio durante un genocidio è complicità. E la categoria sanitaria italiana ha scelto di non tacere.
[Una versione ridotta di questo testo è stata pubblicata su Il Manifesto]